lunedì 20 aprile 2009

Memorie di Adriano


di Emilio Marrese (l'espresso)

Tu puoi uscire dal ghetto ma il ghetto non uscirà mai da te, garantisce un noto detto afroamericano. A Vila Cruzeiro, una delle peggiori bidonville a nord di Rio de Janeiro, c'è un bar che si chiama O Cantinho do Adriano, l'angoletto di Adriano.
Su una parete campeggia un enorme ritratto del calciatore con la maglia dell'Inter. La didascalia dice: dalla favela al mondo. E ritorno. Il campione che ha perduto se stesso e l'allegria di giocare è andato a cercarsi qui, dov'è nato 27 anni fa nel Complexo do Alemao, l'agglomerato di dodici favelas, trecentomila persone, tra cui Vila Cruzeiro.
A qualche anno luce dalla quiete patrizia del Lago di Como, dove ha la sua casa italiana. Anzi 'aveva', visto che quest'ultimo ammutinamento concluderà, salvo ulteriori sorprese, il suo tormentato rapporto con l'Inter: ha detto che in Italia è infelice e non regge più la pressione che subisce da quando aveva 18 anni.
Non è esattamente la clinica di riabilitazione che gli hanno suggerito per guarire dalla depressione, questa Gomorra carioca. Vila Cruzeiro è uno di quei presepi di cartapesta e lamiere abbarbicati sulle ripide colline di Rio, con la sua umanità dolente, come muschio umano.
Un 'morro' governato dai narcotrafficanti dove la polizia del Bope, i reparti speciali, irrompe solo in assetto da guerra ogni tanto, per aggiungere dolore a dolore, sangue a sangue. Gli squadroni della morte. Gli abitanti di questa disperazione stanno coi narcos: i malviventi sono quelli che danno lavoro e protezione. Lo Stato, invece, è visto solo come un invasore corrotto e violento.
È un inferno. Un posticino dove sette anni fa un reporter ficcanaso di Rede Globo fu fatto letteralmente a fette dal boss Maluco con una katana giapponese e bruciato dentro una pila di pneumatici.
Eppure Adriano non resiste al richiamo della foresta: solo in quella giungla si sente a casa, solo lì i suoi milioni sembrano avere un valore. Tra gli amici di infanzia. Figurarsi ora che è l'Imperatore e da tale viene accolto, coccolato e acclamato, sia che torni con centinaia di giocattoli per i bambini, sia che torni per isolarsi dal mondo, com'è accaduto la scorsa settimana, cercando l'oblio.
I tabloid brasiliani hanno scritto di orge con prostitute e trans, poi di un party a base di birra e marijuana in onore di un boss della droga ora carcerato, Marcinho, dove il campione sarebbe stato visto con due pistole alla cintura, sbronzo marcio, piagnucolare sulla sua vita da professionista del pallone.
Un poliziotto dell'antisequestri di Rio, Marcos Reimao, ha dichiarato che Adriano ha ritrovato anche i vecchi amici narcos Mica e Fabiano, i ras del Comando Vermelho che controlla la zona. Sono loro che lo tutelano. Dopo la partita della nazionale brasiliana con l'Ecuador, vista dalla panchina, Adriano è scomparso tre giorni.
In Brasile girava la voce che fosse addirittura morto. Invece s'era rintanato nella casa che era stata dei suoi genitori nella favela e in cui ora è rimasto uno zio, finché mamma Rosilda non è andato a riprenderselo e il procuratore Gilmar Rinaldi ha organizzato una conferenza stampa in cui Adriano ha detto di voler staccare col calcio per almeno tre mesi perché non ne ha più voglia. Smentisce ogni dipendenza e anche l'esaurimento, e non è un buon presupposto per guarire.
Il gigante fragile, invece, è andato fuori di testa. L'alcol e forse anche la droga sono conseguenze del suo mal di vivere, che sembra risalire alla morte del padre 44enne avvenuta cinque anni or sono all'improvviso, forse un infarto. Almir Leite Ribeiro aveva campato, fino all'agosto 2004, con un proiettile in testa rimediato per sbaglio in una delle frequenti sparatorie che funestano la favela.
Passava di lì insieme ad Adriano, che all'epoca aveva dieci anni, e fu colpito. Sarà anche roba normale in una favela, ma certo non sono traumi da assorbire facilmente per un bambino. Evidentemente lo sport, il successo, il denaro (cinque milioni netti dall'Inter all'anno, più il resto), le donne (dopo la rottura con Joana Machado, l'ultimo flirt attribuitogli è con la ballerina Ellen Cardoso) e il lusso non sono bastati ad Adriano per guarirsi l'anima.
L'Imperatore ha iniziato a giocare nel campetto senza porte della favela. Quando aveva sette anni è entrato nella scuola calcio del glorioso Flamengo, dove forse riproverà ora a ripartire ancora. Mamma Rosilda e nonna Wanda vendevano dolci in strada per raccogliere i soldi necessari per pagargli il bus. Adriano è cresciuto con quella maglia a strisce orizzontali rosse e nere: all'inizio giocava terzino, poi attaccante. Ha sempre giocato come se non fosse mai uscito dalla sua favela: lì chi prende la palla, punta dritto alla porta avversaria.
E nessun allenatore è mai riuscito del tutto ad addomesticarne l'istinto selvatico. Nei suoi momenti di maggiore luce, Adriano impressionava gli stadi proprio con quella sua forza grezza: partiva palla al piede ed era capace (memorabile un gol all'Udinese in slalom da centrocampo) di saltare in velocità tutta la difesa avversaria di prepotenza. Un Hulk nero. Non è stato semplice insegnargli anche ad inserirsi in un gioco di squadra: dalla favela, lui, era uscito così, a testa bassa, grazie al suo talento rabbioso ed esplosivo. Perché imparare un altro modo?

Campione del mondo under 17 con la maglia della Seleçao, Adriano fu acquistato dall'Inter nell'estate 2001 dopo una stagione in prima squadra al Flamengo. Debuttò in un'amichevole col Real Madrid entrando in campo all'88 e segnando subito con una punizione micidiale. A metà anno fu mandato in prestito alla Fiorentina (6 gol in 15 gare) e poi per un campionato e mezzo finì in comproprietà a Parma, dove mostrò le sue straordinarie doti: 23 reti in 37 partite.
Nel gennaio 2004 l'Inter lo riportò a casa, pensando che fosse finalmente pronto per i massimi livelli, e Moratti scucì 15 milioni per ricomprare la metà del calciatore che già era stata sua. Il brasiliano conquista San Siro: 9 gol in mezzo torneo seguiti da un'altra annata strepitosa, il 2004-2005: 16 gol in serie A, 10 in Champions League e due in Coppa Italia, decisivi nella finale vinta contro la Roma. Con la nazionale vince la Coppa America. Adriano è l'attaccante che nessuno riesce a fermare. Tranne lui stesso.
I guai cominciano a metà campionato 2005-2006: l'incredibile macchina da gol, all'apparenza indistruttibile, s'inceppa di colpo. Lunghi periodi senza trovare la rete, lunghi black out. I primi segni di indisciplina e insubordinazione, i problemi con gli allenatori, le punizioni, le vacanze non autorizzate, le voci che montano sulla sua vita privata dissoluta, insieme alle foto rubate nei suoi party eccessivi.
Nel 2006-2007 realizza la miseria di sei reti. Chi lo circonda comincia ad ammettere che il malessere non solo è questione di indole, ma è qualcosa di più grave. A inizio 2008 l'Inter prova a salvare il suo patrimonio mandandolo a giocare nel San Paolo, in Brasile. Anche da là non arrivano notizie confortanti, però: Adriano ingrassato, Adriano ubriaco, Adriano che gira in moto senza casco, Adriano che frequenta cattive compagnie, Adriano che fa collezione di modelle che poi rivelano puntualmente ai giornali scandalistici dettagli scabrosi.
Tuttavia in patria ritrova il gol, ne fa 17, e il nuovo allenatore dell'Inter si decide a ritentare, la scorsa estate. Tra fughe, panchine, esclusioni, notti brave, allenamenti saltati, psicanalisti inascoltati, psicofarmaci buttati nel bidone e polemiche, sembrava che il tecnico portoghese fosse riuscito nella missione. Adriano aveva anche dedicato i suoi gol ritrovati ai figli di Mourinho. E invece no. L'animale che Adriano si porta dentro sin da quando era bambino è tornato fuori, bucando la corazza di muscoli.

Foto: flickr.com

1 commento:

gae ha detto...

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