sabato 14 febbraio 2009

Le molte facce del razzismo nello sport

Il pugile romeno che combatte in piazza Montecitorio


Roma, 12 feb 2009 - Non sono stati i pugni presi sul ring i peggiori che ha dovuto incassare l’ex peso gallo romeno Tiberiu Paul Chiriac. In tredici anni d’Italia, con gli ultimi nove passati esclusivamente nel Bel Paese, dentro e fuori il mondo della boxe, ne ha viste di cotte e di crude e pagato sulla propria pelle il fatto di essere un cittadino di serie B, un romeno. Vittima del razzismo e del mutismo della società. E così a trentasei anni suonati Tiberiu continua a infilarsi i guantoni e a combattere ma non su di un ring, a meno che non piazzino il quadrato a piazza Montecitorio. Perché è lì, sotto all’obelisco di fronte al Parlamento, che da un paio d’anni staziona Tiberiu. Chiede che almeno la politica faccia qualcosa affinché trionfi la giustizia, che gli siano restituiti se non i soldi almeno l’onore e la dignità che gli sono dovuti e che coloro che gli hanno rovinato l’esistenza paghino. A costo di rimetterci le penne.

Intorno all’obelisco Tiberiu ha piazzato decine di cartelli, ritratti di Cristo e dei santi, e gigantografie di pagine di giornali che hanno raccontato la sua storia, come il ‘Corriere della Sera’, ‘Il Tempo’ e la ‘Gazeta Romaneasca’, free press per i ‘romeni de Roma’. Perfino su You Tube c’è un filmato con una sua intervista rilasciata l’estate scorsa. In pochi mesi da allora sembra sia invecchiato di dieci anni. "Non c’è solo Calciopoli, la mafia è dappertutto", dice Tiberiu raddoppiando tutte le consonanti come fanno i sardi. Lui che col suo metro e sessanta nemmeno, e la sua tigna, sardo lo sembra per davvero. "Non sono qui per soldi – prosegue – ma perché voglio giustizia. Voglio che ciò che è successo a me non capiti ad altri, romeni o polacchi che siano. In Italia sono stato sfruttato, trattato come uno schiavo. Ho combattuto incontri accomodati senza che ne sapessi niente e per quelli non sono stato nemmeno pagato. Per campare ho lavorato nell’edilizia e combattuto centinaia d’incontri, col pubblico e senza…".

La prima volta di Tiberiu Paul Chiriac in Italia risale al ’96 quando un manager italiano gli organizzò un incontro. Tiberiu non era un novellino nonostante avesse 23 anni e aveva già combattuto in Francia e Bulgaria. Da allora fino al 2000 disputò una decina d’incontri nello Stivale, match che, dice Tiberiu, vennero accomodati. "O perdevo ai punti oppure gli arbitri fermavano il match prima del gong dando la vittoria al mio avversario per ko tecnico anche quando non m’ero fatto niente e stavo ancora bene in piedi. E dagli organizzatori non ho mai ricevuto una lira". Tiberiu voleva già all’epoca che tutti i filmati disponibili venissero visionati, per questo era andato a raccontare la sua storia prima a polizia, carabinieri e Guardia di finanza, poi alle Procure di Roma e Perugia e infine al Coni. Ma nessuno gli aveva dato retta. Anzi. "Invece di fare giustizia – racconta - mi hanno pure tolto il permesso di soggiorno. Pensa che nel novembre del 2000 venni premiato dal mitico Nino Benvenuti, ed ero già un clandestino".

Dal 2000 Tiberiu fa tappa fissa in Italia. Nonostante fosse un clandestino partecipava a molti incontri, alcuni ufficiali; in altri invece faceva da sparring partner a pugili ancora da svezzare. Di altri non ne parla. Ma i soldi che girano nel pugilato sono pochi, anche per i "primattori", figurarsi per "le comparse". Così per sbarcare il lunario andò a lavorare in cantiere, come facevano (e fanno) un po’ tutti i romeni approdati sulla Penisola. Tutto in nero naturalmente e per di più trattato come uno schiavo, un paria. "Spero sempre che qualcuno si interessi alla mia causa e per questo mi aiuti". Ora, l’aiuto Tiberiu lo cerca in quei romeni che in Italia hanno fatto fortuna, come i calciatori Mutu e Chivu. "Adrian Mutu e Christian Chivu aiutatemi a sconfiggere il razzismo nello sport", ha scritto in uno dei cartelli. Di Ramona Badescu (che lavora fianco a fianco col sindaco Alemanno) invece non vuol sentir parlare: "Lei non ci rappresenta (a noi romeni) e dunque non può parlare per noi. Che ne sa dei nostri problemi?".

Tiberiu oggi non è più un pugile. "Sono vecchio", dice. Piazza Montecitorio è il posto che assomiglia di più a casa. Qui, tutti lo conoscono, sanno qual è la sua situazione e perché lotta. Forse per questo suscita simpatia. Un signore in livrea gli chiede se vuole un caffè. Tiberiu, cortesemente, rifiuta l’invito. Ha da fare gli dice, deve mettere a posto i cartelli e infilarsi la maglietta per la foto. "È la mia maglietta, sai, l’ho fatta fare apposta. Eccola". La mostra. C’è disegnata una colomba bianca con una freccia infilata nel cuore, il rosso vivo del sangue che cola. Sopra, la scritta: "uccidetemi", a caratteri cubitali. "Una volta – dice – hanno provato a portarmi via di qui con la forza. Io allora ho preso la tanica di benzina che avevo e ho fatto il gesto di darmi fuoco. Vuoi sapere se lo avrei fatto?". Silenzio. "Sì".
(da Lungotevere.Net)

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