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giovedì 14 maggio 2009

Il pallone in confusione: Scissione in Lega, fallimenti dietro l’angolo


di Marco Liguori (Il pallone in confusione)

«Altri fallimenti seguiranno inevitabilmente». Avevo scritto questa frase nel 2004 assieme a Salvatore Napolitano nel libro “Il pallone nel burrone”: nello stesso anno erano falliti il Napoli e il Taranto, due anni prima era fallita la Fiorentina, l’anno dopo Torino, Venezia e Ancona. Con la nascita della Lega di Serie A e la conseguente separazione dalla B, avvenute venerdì scorso, questo scenario è ancor più facilmente realizzabile. I debiti accumulati negli ultimi anni dal sistema calcio sono un macigno ormai sempre più insopportabile: soprattutto per le squadre cadette e ancor di più dalle piccole, costrette a salti mortali con le poche risorse che hanno (leggi soprattutto plusvalenze da cessione calciatori) per riuscire a tirare avanti. C’è da pensare che nell’ultima seduta della Lega Calcio unita è stato compiuto il primo passo verso il progetto della “Superlega” che è stato ideato e voluto da Inter, Milan e Juventus e che è stato solo riposto in un cassetto in attesa di tempi migliori. Ancor più di prima, adesso chi avrà alle spalle un azionista forte potrà resistere: altrimenti sparirà dalla geografia dell’italica pedata. Pian piano spariranno i club di provincia che lasceranno spazio alle squadre delle grandi città, con buona pace del principio della rivalità del “campanile”. Incredibilmente proprio i piccoli club, come Chievo, Reggina e Siena, che compiono il percorso “saliscendi” dalla A alla B, hanno votato per la scissione: non comprendendo che il fine della scissione è l’eliminazione del principio di mutualità. Ossia: chi va in B non avrà più un centesimo di euro e dovrà arrangiarsi come può. Un calcio per ricchi che possono sostenere il fardello dei debiti: proprio com’è accaduto nell’Inghilterra a cui tutti guardano come modello. A differenza del football d’Oltremanica, dove nelle maggior parte dei club si sono indebitati per finanziare i progetti di sviluppo immobiliari (stadi, centri commerciali e nuovi quartieri), in Italia le società si sono indebitate per pagare le spese della gestione corrente, in primis gli altissimi costi degli stipendi e dei diritti alle prestazioni dei calciatori.

A proposito di “saliscendi” il vicepresidente vicario del Milan, Adriano Galliani, ha dichiarato che «succederà quello che è successo in molti paesi d’Europa. Promozioni e retrocessioni non si toccano». Il lucidissimo dirigente rossonero ha ragione e ciò non si può confutare. Però bisogna aggiungere una cosa: come si può sostenere il costo di una retrocessione che rappresenta una vera e propria “morte civile” per le società? Un esempio per tutti. Nel 2007 scrivevo su Quotidiano.net che il Bologna, per effetto della retrocessione subita nella stagione 2004/05, aveva avuto un crollo verticale dei ricavi del 62% (13,62 milioni contro i precedenti 35,68 milioni) nell’anno successivo in cui disputò il campionato cadetto. In particolare, il salto all’indietro di categoria ha avuto un effetto devastante sugli incassi allo stadio: la differenza in negativo rispetto al 2004/05 è stata di 4,24 milioni. Né era servito all’allora presidente Alfredo Cazzola una ferrea politica di tagli dei costi, diminuiti drasticamente del 46%: lo squilibrio costi/ricavi è stato pari a 8,96 milioni e si è incrementato del 48% rispetto all’anno precedente. Sono cifre da brivido, che fanno capire che le società che incappassero malauguratamente nella discesa agli inferi della serie inferiore difficilmente potranno restare in piedi o che comunque ricevono una mazzata da cui non riusciranno a risollevarsi con facilità.

Cosa bisognava fare? La trasformazione delle società di calcio in aziende a scopo di lucro, sancita dalla catastrofica legge 586/96 voluta dalla dirigenza di Milan e Juventus, andava accompagnata da un percorso di attuazione per gradi. Bisognava che la norma prevedesse un periodo transitorio, in cui le squadre avrebbero potuto ottenere condizioni agevolate per acquistare gli stadi dai Comuni o costruirne di nuovi, in modo da avere una prima forma di diversificazione dei ricavi. Invece si è pensato solo ai diritti televisivi, che costituiscono il 45/50% delle entrate, e a tenere in piedi un baraccone di 132 società professionistiche (incluso la Lega Pro, ossia la vecchia C) in cui la maggior parte di esse cerca di sopravvivere. Adesso si sta approvando una legge in Parlamento proprio sugli impianti: a questo punto si può pensare che ci sia il rischio che serva soltanto ai grandi club. E si potrebbe pensare che la legge Melandri/Gentiloni sulla ripartizione collettiva dei diritti televisivi, che concede meno risorse alle grandi, possa essere abrogata: bisogna ricordare che pende sempre il ricorso presso la Corte di Giustizia europea di Sky. Inoltre, nel settembre scorso, l'Antitrust ha affermato che «la disciplina sui diritti audiovisivi sportivi va rivista perché non garantisce pienamente la concorrenza tra operatori». Con questo scenario, forse è meglio pensare al campionato, alla moviola e ai rigori ammessi e non concessi, finché si può.

lunedì 8 dicembre 2008

Sky: partita con Mediaset si gioca su diritti calcio

Da "borsaitaliana":

"Sta per arrivare il vero scontro tra Sky e Mediaset e l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% è solo l'inizio. E' quanto scrive oggi il Corriere Economia spiegando che in palio ci sarebbero tra i due gruppi i diritti tv per le partite di calcio del campionato di serie A 2010-2011.
Sky Italia è in utile da due anni: nel 2007 i ricavi consolidati sono stati di 2,5 mld e 4,7 mln di abbonati. Mediaset ha ricavi consolidati nel 2007 di 4,1 mld ma in Italia ne incassa solo 3. Gli abbonati sono per la pay-per-view, 1,5 mln. Per questo tutto si giocherà sull'assegnazione dei diritti sul calcio che sono diventati collettivi per la Legge Melandri. La Lega ha dato a Infront la gestione dell'asta che dovrà raccogliere almeno 900 mln di euro e dovrebbe avvenire per pacchetti. La pressione dei club perché si torni alla contrattazione individuale è molto forte e non è escluso che alla fine si arrivi ad un depotenziamento della Legge Melandri. A quel punto sarà decisivo il negoziato con i singoli club. La partita è soltanto all'inizio".

Secondo borsa italiana, dunque, non è a Mediaset che interessa il "depotenziamento", come definito sopra, della legge Melandri, bensì sarebbero "i club" a 'premere' per (confermare) la contrattazione individuale e non collettiva. A questo punto urge sapere quali sarebbero questi club, che naturalmente l'articolo di borsaitaliana non nomina. Intendo, quali altri oltre a Milan, Roma, Inter, Juve e Napoli. Le uniche squadre che sarebbero felici se tutto restasse così com'è. A mio avviso Borsaitaliana non nomina i club semplicemente perché non ce ne sono e vuol far sembrare l'abuso di Mediaset come cosa gradita al mondo pallonaro. Non è così. A Sky i diritti collettivi convengono. La tv di Murdoch non avrebbe alcun problema a sborsare 1mld di euro per comprare tutto il pacchetto serie A. Mentre Mediaset non se lo può permettere. E stavolta il canale digitale di Al Tappone e dei suoi amici arabi rimarrebbe con un pugno di mosche, visto che pure la Champions è in mano a Sky e Rai. Ecco perché con ogni probabilità il Cavaliere e le sue soubrette abrogheranno o depotenzieranno la legge Melandri-Gentiloni. Cioè, e come al solito, per interesse personale. E sennò il Caimano che ci è andato a fare al Governo? E poi, il Biscione che vede il suo Diavolo su Sky, beh, non riesco a immaginarmelo proprio.

venerdì 10 ottobre 2008

Diritti della Coppa Italia e Rai. Non sarebbe l'ora di divorziare?


Asta per la Coppa Italia: la Rai offre 6 milioni, la Lega Calcio ne chiede 14. In proposito ha scritto Fulvio Bianchi: "Antonio Matarrese sarà costretto ad avviare una trattativa privata, ma siccome l'unica emittente interessata pare proprio la Rai, ecco che non sarà semplice arrivare almeno a quota dieci milioni".
E mi chiedo, perché la Rai dovrebbe finanziare il Calcio (in questo caso la Coppa Italia) oltre la misura stabilita dalle leggi di mercato? La differenza tra i sei milioni offerti e la probabile chiusura a dieci, cioè quattro milioni di euro, non possono essere definiti anch'essi 'aiuti di stato'? Se Mediaset si tiene alla larga dall'asta, non sarà forse perché ai suoi sponsor della Coppa Italia non gliene frega niente?
E' tempo che il calcio italiano si dia una ridimensionata. Se è in grado come sistema di generare profitti bene, altrimenti è inutile ingrassare questi miliardari a spese anche del contribuente. I regali della Rai, così come quelli del governo (come il c.d. decreto 'spalmadebiti') e degli altri Enti pubblici (con gli stadi e la sicurezza garantiti anch'essi con denaro del contribuente) al calcio devono finire. Se il Campionato italiano non ha lo stesso appeal della Premiership è inutile gonfiare il sistema con aiuti mascherati. Bisogna farsene una ragione e cercare nuove strategie per far crescere i profitti e/o abbassare i costi.

(Foto della Coppa Italia con in bella mostra lo sponsor Tim, la società di telecomunicazioni del marito di Paola Ferrari, la conduttrice della Domenica Sportiva. Insomma, il solito conflitto d'interessi all'italiana...)

mercoledì 25 giugno 2008

Governo contro nuova legge diritti tv. Un'altra legge ad personam?

Tra lo stop ai processi e il nuovo lodo Schifani, il Berlusca e il suo entourage si sono ritagliati un po' di tempo per 'sistemare' la questione dei diritti tv nel calcio. Del resto, il Cavaliere l'aveva detto (guarda post con le dichiarazioni del premier): a lui la legge Melandri-Gentiloni (guarda post) non piace proprio (a differenza del presidente dell'Uefa, Platinì, guarda post). Ora, dopo le parole del sottosegretario allo sport Rocco Crimi, è arrivata l'ora della resa dei conti. "Bisognerebbe aprire un esame dei diritti soggettivi del calcio- ha detto Crimi, secondo quanto riportato da Fulvio Bianchi de La Repubblica- e degli altri sport professionistici, valutando l'apertura al libero mercato, sotto la stretta vigilanza delle authority e fatta salva la tutela dei club più deboli". "Nella passata legislatura - ha spiega il sottosegretario allo sport - è stata approvata una legge per la quale dal 30 giugno 2010 i diritti saranno divisi per il 40% in parti uguali, per il 30%in base alla storia dei club e per il 30 in base ai risultati ottenuti. I grandi club hanno però fatto ricorso alla Corte europea e quindi bisognerebbe aprire un esame dei diritti soggettivi del calcio e degli altri sport professionistici...". Con questa ripartizione la perdita secca dei grandi club sarebbe di circa 15 mln di euro: e a Berlusconi perdere non piace mai, neanche quando si tratta di quattro soldi (per le sue tasche, ovviamente). Fulvio Bianchi ha comunque notato nelle parole di Crimi alcune inesattezze. "Crimi non è bene informato- ha scritto il giornalista sul suo blog Spycalcio-: a rivolgersi a Bruxelles, non sono stati i grandi club ma Sky. Che ha contestato non tanto il ritorno alla contrattazione collettiva ma alcuni aspetti della legge. I club (esattamente Zamparini e Cellino) erano intenzionati a fare ricorso, ma non ancora presentati, alla Corte Costituzionale".

martedì 24 giugno 2008

Milan in Uefa su La7 mentre i suoi giornalisti scioperano

Alle 19.55 il telegiornale de La7 è andato in onda in forma ridotta, a causa dello sciopero dei giornalisti della testata per i tagli operati dalla dirigenza del network nei confronti di giornalisti a tempo determinato e collaboratori vari. Situazione paradossale se pensiamo che La7, come scrive Fulvio Bianchi su Spycalcio, "ha acquistato dall'Uefa i diritti per la prossima Coppa Uefa (circa un milione e mezzo) dove partecipa anche il Milan". Forse nelle intenzioni della dirigenza del network c'è la volontà di vendere i match dei rossoneri a Mediaset e ricavare così un po' di grana per ripianare i debiti? O forse, il Milan farà parte del nuovo palinsesto de La7, che prevede meno cultura e più intrattenimento? Si attendono sviluppi.

giovedì 24 aprile 2008

Il neo-calcio secondo Berlusconi


"I grandi club dovrebbero fare un campionato fra loro perché, quando si attrezza una squadra che costa tanto non si può, poi, pensare di andare in un capoluogo di provincia dove c’è uno stadio da ventimila posti e magari nemmeno pieno. (Invece), quando ci sono due grandi squadre che si incontrano le televisioni hanno punte di audience notevolissime. E con le grandi squadre possiamo essere protagonisti in Europa". Questo il calcio del futuro secondo Silvio Berlusconi. Uno show business sempre più spregiudicato, dove non c'è spazio per romanticherie e dolcezze, dove a un'altra Genova o Verona non capiterà più di festeggiare uno scudetto, e dove solo chi produce e incassa ha diritto di cittadinanza. Una filosofia che in Europa è stata già ampiamente osteggiata dall'Uefa e dal suo presidente Platini, che ha di fatto smantellato il G14 e aperto la Champions a squadre dell'Est, e che in Italia si pensava fosse superata dopo il D.lgs, approvato il 9 novembre 2007, per la ripartizione dei diritti tv a partire da luglio 2010. Una legge che Ruggero Palombo, con un fondo su La Gazzetta dello Sport del 10 novembre, aveva descritto come "un primo importante passo nella direzione giusta", in cui tutti i partecipanti giocheranno "ad armi un po' più pari". Un articolo che noi della Leggendadelcalcio avevamo sottoscritto in pieno, dedicandogli un post. Ma al Cavaliere le riforme del centro-sinistra non interessano e forse non gl'importa nemmeno del pallone. Lui ha l'investitura popolare, forse l'ultima, e del Paese ne fa e disfà come meglio crede, come al solito e in barba al conflitto d'interessi. E chi se ne importa se cittadine e paesotti saranno tagliate fuori dal calcio che conta e viceversa: in fondo questo è uno sport solo quando fa comodo, cioé quando gli spettatori pagano per inseguire l'emozione di una vittoria della squadra del cuore. Come ha scritto oggi La Stampa, "(non ci sarà) più Siena-Milan o Empoli-Juventus. Spazio a sfide infinite Kakà-Ibrahimovic o Del Piero-Totti perché- come dice il Cavaliere- 'quando ci sono due grandi squadre che si incontrano le televisioni hanno punte di audience notevolissime. E con le grandi squadre possiamo essere protagonisti in Europa'". Questo il nuovo Berlusconi, che all'Atto III sembra sempre identico al I.