
di Marco Liguori (Il pallone in confusione)
«Altri fallimenti seguiranno inevitabilmente». Avevo scritto questa frase nel 2004 assieme a Salvatore Napolitano nel libro “Il pallone nel burrone”: nello stesso anno erano falliti il Napoli e il Taranto, due anni prima era fallita la Fiorentina, l’anno dopo Torino, Venezia e Ancona. Con la nascita della Lega di Serie A e la conseguente separazione dalla B, avvenute venerdì scorso, questo scenario è ancor più facilmente realizzabile. I debiti accumulati negli ultimi anni dal sistema calcio sono un macigno ormai sempre più insopportabile: soprattutto per le squadre cadette e ancor di più dalle piccole, costrette a salti mortali con le poche risorse che hanno (leggi soprattutto plusvalenze da cessione calciatori) per riuscire a tirare avanti. C’è da pensare che nell’ultima seduta della Lega Calcio unita è stato compiuto il primo passo verso il progetto della “Superlega” che è stato ideato e voluto da Inter, Milan e Juventus e che è stato solo riposto in un cassetto in attesa di tempi migliori. Ancor più di prima, adesso chi avrà alle spalle un azionista forte potrà resistere: altrimenti sparirà dalla geografia dell’italica pedata. Pian piano spariranno i club di provincia che lasceranno spazio alle squadre delle grandi città, con buona pace del principio della rivalità del “campanile”. Incredibilmente proprio i piccoli club, come Chievo, Reggina e Siena, che compiono il percorso “saliscendi” dalla A alla B, hanno votato per la scissione: non comprendendo che il fine della scissione è l’eliminazione del principio di mutualità. Ossia: chi va in B non avrà più un centesimo di euro e dovrà arrangiarsi come può. Un calcio per ricchi che possono sostenere il fardello dei debiti: proprio com’è accaduto nell’Inghilterra a cui tutti guardano come modello. A differenza del football d’Oltremanica, dove nelle maggior parte dei club si sono indebitati per finanziare i progetti di sviluppo immobiliari (stadi, centri commerciali e nuovi quartieri), in Italia le società si sono indebitate per pagare le spese della gestione corrente, in primis gli altissimi costi degli stipendi e dei diritti alle prestazioni dei calciatori.
A proposito di “saliscendi” il vicepresidente vicario del Milan, Adriano Galliani, ha dichiarato che «succederà quello che è successo in molti paesi d’Europa. Promozioni e retrocessioni non si toccano». Il lucidissimo dirigente rossonero ha ragione e ciò non si può confutare. Però bisogna aggiungere una cosa: come si può sostenere il costo di una retrocessione che rappresenta una vera e propria “morte civile” per le società? Un esempio per tutti. Nel 2007 scrivevo su Quotidiano.net che il Bologna, per effetto della retrocessione subita nella stagione 2004/05, aveva avuto un crollo verticale dei ricavi del 62% (13,62 milioni contro i precedenti 35,68 milioni) nell’anno successivo in cui disputò il campionato cadetto. In particolare, il salto all’indietro di categoria ha avuto un effetto devastante sugli incassi allo stadio: la differenza in negativo rispetto al 2004/05 è stata di 4,24 milioni. Né era servito all’allora presidente Alfredo Cazzola una ferrea politica di tagli dei costi, diminuiti drasticamente del 46%: lo squilibrio costi/ricavi è stato pari a 8,96 milioni e si è incrementato del 48% rispetto all’anno precedente. Sono cifre da brivido, che fanno capire che le società che incappassero malauguratamente nella discesa agli inferi della serie inferiore difficilmente potranno restare in piedi o che comunque ricevono una mazzata da cui non riusciranno a risollevarsi con facilità.
Cosa bisognava fare? La trasformazione delle società di calcio in aziende a scopo di lucro, sancita dalla catastrofica legge 586/96 voluta dalla dirigenza di Milan e Juventus, andava accompagnata da un percorso di attuazione per gradi. Bisognava che la norma prevedesse un periodo transitorio, in cui le squadre avrebbero potuto ottenere condizioni agevolate per acquistare gli stadi dai Comuni o costruirne di nuovi, in modo da avere una prima forma di diversificazione dei ricavi. Invece si è pensato solo ai diritti televisivi, che costituiscono il 45/50% delle entrate, e a tenere in piedi un baraccone di 132 società professionistiche (incluso la Lega Pro, ossia la vecchia C) in cui la maggior parte di esse cerca di sopravvivere. Adesso si sta approvando una legge in Parlamento proprio sugli impianti: a questo punto si può pensare che ci sia il rischio che serva soltanto ai grandi club. E si potrebbe pensare che la legge Melandri/Gentiloni sulla ripartizione collettiva dei diritti televisivi, che concede meno risorse alle grandi, possa essere abrogata: bisogna ricordare che pende sempre il ricorso presso la Corte di Giustizia europea di Sky. Inoltre, nel settembre scorso, l'Antitrust ha affermato che «la disciplina sui diritti audiovisivi sportivi va rivista perché non garantisce pienamente la concorrenza tra operatori». Con questo scenario, forse è meglio pensare al campionato, alla moviola e ai rigori ammessi e non concessi, finché si può.
giovedì 14 maggio 2009
Il pallone in confusione: Scissione in Lega, fallimenti dietro l’angolo
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lunedì 4 maggio 2009
Zamparini: "Scissione Lega un bene per la serie B"

Roma, 4 mag. - (Adnkronos) - "La scissione in Lega verra' ricordata come un momento felice sia per la serie A che per la serie B". Lo afferma Maurizio Zamparini, presidente del Palermo e uno dei piu' convinti sostenitori della nuova Lega calcio che sara' affidata a Maurizio Beretta. "La mia lettera e' stata determinante", dice Zamparini a 'La politica nel pallone', rubrica di 'Gr Parlamento', "e' come se avessi acceso la luce nel cervello di tutti i presidenti e tutti mi hanno dato ragione. E' paradossale che chi sia il motore economico al momento delle votazioni sia in disparte. La Lega dovrebbe contare per il 60% nel consiglio federale, invece conta il 17%. Chiediamo indipendenza, non possiamo permetterci che il calcio vada alla deriva -sottolinea il n.1 del club rosanero-, vogliamo costruire un calcio vincente e moderno. Noi siamo quelli che ci mettono il capitale e il rischio, non dobbiamo accontentarci dei soliti giochi di potere. Sono tutti d'accordo con me, Galliani in primis che ha sposato questa divisione". Zamparini rassicura anche i dirigenti della serie cadetta: "La serie B non verra' abbandonata, prendera' piu' di prima. E' anche interesse della serie A che ci sia una serie B equilibrata e che diventi un serbatoio di giocatori, faremo le cose per bene".
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lunedì 10 novembre 2008
La serie B che sta morendo
Ci ha scritto Enrico:
"Buongiorno, vorrei suggerire un argomento, e cioè la crisi economica del campionato di Serie B, che come dice un articolo di Repubblica di ieri sta morendo. Non si tratta semplicemente di essere nostalgici per i tempi in cui non esistevano pay-tv anticipi e posticipi, ma è davvero inaccettabile che si prenda la strada dell'autodistruzione, cominciando con la penalizzazione di quello che è il campionato italiano più bello e interessante, sicuramente più della serie A. Il tutto nell'indifferenza generale".
Caro Enrico,
le sue preoccupazioni su ciò che sta accadendo alla serie B sono ampiamente condivisibili, e certamente si troveranno d'accordo con lei tutti i tifosi di quelle squadre che appartengono alle cosiddette serie minori. Come lei sa e come anche l'articolo di Repubblica mi sembra dica, i mali sono noti, il problema casomai è come farvi fronte.
Andando un po' a braccio, perché sinceramente non sono un grande esperto di questioni economiche, mi sembra che in questi ultimi anni i presidenti di B siano i primi responsabili della situazione in atto. La colpa maggiore, forse, è quella di non aver mai guardato al di là del proprio naso e di non essersi mai considerati parte di un gruppo, di una categoria. Forse, Enrico, quello che lei mi chiede non è tanto di individuare delle responsabilità quanto di iniziare a parlare del problema. Ma credo che per una sana discussione, utile per il futuro, non si possa prescindere da ciò che è stato fatto o non fatto finora. E questo, inevitabilmente, ci porta a parlare degli errori, magari fatti in buona fede, ma dei quali si può parlare serenamente ex-post. E dunque, vediamoli questi errori (in gran parte mutuati dalle dichiarazioni rilasciate da Sergio Gasparin a Gazzetta e apparse sul quotidiano il 16.10.2008) fatti dai club di serie B:
1) In primo luogo hanno accettato senza colpo ferire il passaggio della vendita dei diritti tv da collettiva a soggettiva. Era chiaro allora come oggi, che la vendita soggettiva avrebbe favorito i club più prestigiosi, circostanziati nelle metropoli e dunque con grandi bacini d'utenza. Che cosa ci abbiano guadagnato i presidenti delle società medio-piccole non è chiaro, ma si può immaginare che possano aver ricevuto, non tutti beninteso, vantaggi sia da un punto di vista prettamente calcistico (prestiti di giocatori, amichevoli estive con grandi club e altro) sia extra (subappalti, partnership, etc).
2) Quando nel 2006, dopo Calciopoli, nel campionato di B c'erano Juve, Napoli e Genoa non sfruttarono queste presenze per sottoscrivere contratti a lungo termine con le televisioni coinvolte (Mediaset, Rai e Sky).
3) Aver accettato nel 2003, dopo il caso Catania e il ripescaggio della Fiorentina, l'allargamento del campionato a 22 squadre (da 18). Un fatto che ha ridotto la fetta d'introiti da spartirsi e che nel lungo tempo si è dimostrata devastante.
4) Non aver investito nei vivai, o comunque nei giovani, che da sempre erano una delle risorse per incamerare denaro liquido (l'ultimo grande affare è stato quello del passaggio di Cassano dal Bari alla Roma per 50 mld di lire risalente al 2001). I presidenti delle società medio-piccole hanno preferito invece puntare su gente d'esperienza per paura di precipitare in C, considerato come l'inferno, e oggi si ritrovano con un pugno di mosche visto che ora l'inferno è salito di una categoria. Ovviamente questo ha inciso sui costi, gli stessi che i presidenti di oggi chiedono all'Aic di spalmare o raitezzare.
Fatte queste premesse, bisogna aggiungere che i club di serie B in questi ultimi anni hanno visto erodere progressivamente la loro quota derivante dalle mutualità dalla A alla B. Passata dai 5mln di euro a testa nel 2004-2005, ai 4,2 del 2007-2008 e che dal prossimo anno sarà di soli 3,5mln cadauno.
Dunque, che fare?
Si parla di rateizzazione e di spalmatura dei contratti, dunque di contenimento dei costi. Un'operazione difficile, ma che mi sembra tutti i presidenti di B stiano adottando. Ma ciò non basterà. Dovranno necessariamente aumentare il capitale sociale o comunque immettere denaro fresco nei club. Poi, si dovrà puntare sui giovani e su osservatori in grado di scovare il talento lì dove nessuno lo avrebbe creduto possibile. Ma soprattutto devono sentirsi una categoria, che ha interessi comuni e che prende le decisioni insieme, senza che qualcuno si lasci ammaliare da prospettive vantaggiose per lui, ma dannose per gli altri. Perché un campionato, sia esso di B o A, lo si gioca insieme. Solo con un accordo generale, infatti, sarà possibile in futuro ridurre il numero di squadre, magari riportando il loro numero a 18. E infine la serie A deve iniziare a capire che A e B non sono due cose separate, ma che per creare un movimento vincente nel mondo c'è bisogno di tutti, B compresa. Ma la B qualcosa deve offrire, non può mica stare solo a piangere denari.
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