martedì 26 maggio 2009

Lo sport che unisce: Usa e Iran verso amichevole a Teheran


"Lo sport unisce laddove spesso la politica divide. Sarà per questo che gli Stati Uniti stanno tentando la strada del disgelo con l’Iran puntando su un’arma “non convenzionale” eppure per nulla distruttiva: il calcio. Da Washington - ha riferito ieri il presidente della Federcalcio iraniana, Ali Kafashian - è arrivato l’invito per un’amichevole da giocare proprio a Teheran. Gli americani hanno proposto due date: il 10 ottobre e il 14 novembre allo stadio Azadi. Ma ci vorrà del tempo prima che l’Iran sciolga la riserva.
La strategia americana pare proprio la riedizione della cosiddetta diplomazia del ping pong, quella che col pretesto sportivo non solo portò a uno scambio di giocatori tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese negli anni Settanta ma anche a un momento di distensione fra i due Paesi, che poi aprì la strada alla visita di Richard Nixon in Cina. Non solo, dunque, i segnali di apertura offerti da Barack Obama all’Iran. Quel pallone potrebbe rompere una cortina, abbattere il muro che da anni separa Washington e Teheran, a cominciare da un avvenimento simbolico: il ritorno di una delegazione statunitense sul suolo iraniano per la prima volta dal 1980, anno in cui vennero interrotte le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Le due squadre si sono già incontrate ai Mondiali di Francia del 1998 (vittoria iraniana per 2-1) e nel 2000 in California (amichevole chiusa col pareggio 1-1). Ma mai a Teheran".


(Brano tratto da Il Giornale)

lunedì 25 maggio 2009

Cessione Roma/A proposito dell'intervista rilasciata da Fioranelli


Fioranelli a Romanews.eu: "In questo progetto sono coinvolte persone di grandissimo spessore professionale. Gente molto molto seria. E non posso aggiungere altro. Credo che la discrezione sottolinei la serietà del progetto che, ripeto, è una dimostrazione di solidarietà verso la famiglia Sensi".

Insomma, dopo questa dichiarazione sappiamo che Fioranelli è il primo potenziale acquirente da quando si è sviluppato il mercato - cioè, più o meno, da quando è apparso l'uomo sulla terra - che si preoccupa delle sorti di chi gli sta vendendo qualcosa. Non vedo l'ora di trovarlo anch'io un compratore così.

sabato 23 maggio 2009

Romanews.eu intervista Fioranelli

(da romanews.eu)

Dopo aver lasciato gli uffici Consob di Piazza Verdi, Vinicio Fioranelli è stato intercettato nel quartiere Prati da Romanews.eu, Sky Sport e Tuttosport, a cui ha rilasciato alcune dichiarazioni:

Come stanno le cose? Lei è un uomo di calcio, quanto c'è di vero in questa possibilità di comprare la Roma?
“Sono molto sereno, abbiamo le carte in regola per andare avanti, vedremo. Si sta bene a Roma, quindi ci resto volentieri”.
Quali sono tempi e scadenze?
“Non abbiamo scadenze”.
Se dovesse esserci la possibilità di prendere la Roma, sa che c’è un mercato da fare...
“Questa storia dura da tanto tempo, prima o poi dovrà finire, ma non dipende dalla famiglia Sensi, quanto da noi. È un impegno che mi mette di fronte a grandi responsabilità nei confronti della città, dei tifosi, dei giornalisti. Siamo consapevoli si tratti di un impegno importante, queste cose non si fanno alzandosi una mattina. Stiamo valutando, vedremo, una decisione verrà presa”.
Non sarà allora una telenovela infinita?
“Le telenovele finiscono tutte, ci sono quelle che durano troppo ma finiscono tutte”.
In Unicredit dicono di non averla mai vista
“È vero, Unicredit dice sempre verità, non ho mai sentito dire bugie a una banca”.
E la famiglia Sensi l’hai mai sentita?
“Sì, la famiglia Sensi sì, in tv. Però voglio cogliere l’occasione: mi sembra ci sia un comportamento sbagliato verso questa famiglia. La famiglia Sensi merita un grande elogio da tutti i romani. Hanno dato tantissimo a questa squadra, non solo capitali importanti, ma hanno dato passione, l’anima. Il fatto che non abbia parlato con loro non è perché non mi hanno cercato, ma solo perché ci sono degli obblighi, è una società quotata in Borsa e bisogna comportarsi con rispetto delle regole, delle norme. Ma siccome mi sento un po’ in colpa nei confronti dei Sensi, perché mi rendo conto sia una situazione non bella anche per loro, probabilmente un po’ di chiarezza avrebbe aiutato. Io ho grande rispetto per il vostro lavoro, e se fossi giornalista sarei anche più scortese di voi. Non ve ne faccio una colpa, avete le vostre esigenze. Ma non è che noi non vogliamo chiarezza, si può fare chiarezza quando c’è chiarezza. E non siamo in una fase di chiarezza”.
Situazione fumosa per voi?
“Non ho detto che non siamo in una fase di chiarezza, siamo in una fase in cui dobbiamo fare le nostre valutazioni. E una volta avute le idee chiare si può fare chiarezza. Ma pensate che questa è la prima volta dopo mesi che parlo con i giornalisti. Nonostante ciò si sta facendo un rumore impressionante. Pensate se avessimo parlato. Una cosa deve essere chiara, nessuno cerca una piattaforma per farsi pubblicità. In questo progetto sono coinvolte persone di grandissimo spessore professionale. Gente molto molto seria. E non posso aggiungere altro. Credo che la discrezione sottolinei la serietà del progetto che, ripeto, è una dimostrazione di solidarietà verso la famiglia Sensi. Sono l’ultimo che li vuole mettere a disagio”.
C’è un mercato da fare, lo sa vero?
“Il mondo è stato costruito in sette giorni, lasciatemi qualche giorno in più, visto che Dio è qualcun altro e non certo io. Tanti pretendono di prendere il posto del Padreterno, non certo io”.
Entro fine maggio?
"Non so che giorno è oggi".
Lei è fiducioso?
“Sono molto fiducioso”.
Lei è un uomo di mercato, sa che c’è un mercato da fare
“Sono qui intorno per fare una colletta, anzi, se sapete ballare o cantare vi prendo tutti, facciamo una 'Rosa' di cento giocatori (ride, ndr). Se dovessimo prendere la Roma sappiamo quali sono le nostre responsabilità, pertanto non deluderemo nessuno”.
Non siamo di fronte a un Soros-due?
“Io non conosco Soros, non conosco l’uno, figuriamoci se posso essere il due”.

Fioranelli quando va avanti fa gol?
“Mia moglie dice di sì e mi conosce bene”.

mercoledì 20 maggio 2009

L'avv. di Ranieri: "Evitare una Guerra dei Roses"


"Il mio mandato ha come primo obiettivo tentare di risolvere amichevolmente ogni aspetto ed evitare che a livello mediatico questa si trasformi in una 'Guerra dei Roses". Non ha usato mezzi termini l'avvocato Mattia Grassani, legale incaricato da Claudio Ranieri di aprire una trattativa con la Juventus per il risarcimento dei danni a lui arrecati dopo l'esonero. A gazzetta.it, Grassani ha fatto intendere che se il suo assistito non otterrà un indennizzo il passo successivo sarà in tribunale; poi, la gogna mediatica. Una vicenda complessa che come Laleggendadelcalcio aveva anticipato ieri rischia di avere risvolti velenosi.

Cessione Roma: si spengono i rumors e cala il titolo


Si stanno via via spegnendo gli ultimi rumors circa la cessione di Ital Petroli dell'As Roma, società quotata in Borsa. Tranne che per alcuni ostinati giornalisti che fanno campagna per chissà chi, ormai appare chiaro che non ci sono in giro acquirenti veri, cioè personaggi in gradi di liquidare i Sensi e fare un progetto serio che rilanci la società giallorossa. Il titolo As Roma intanto continua a scendere a Piazza Affari. In questo momento cede l'1,14%. Un risultato dovuto (in parte) anche al bilancio trimestrale diffuso il 14 maggio dalla società; un bilancio ancora in attivo ma viziato da minori entrate dovute alle cattive prestazioni agonistiche della squadra. "Peggiorano i risultati di AS Roma nel terzo trimestre dell'anno - ha scritto l'agenzia Asca - I ricavi si attestano a 42,3 milioni dai 61,9 milioni dello stesso periodo del 2008 per il venir meno di proventi non ricorrenti pari a 16,7 milioni e dei proventi per i quarti di finale di Champion's League pari a 2,5 milioni. In lieve crescita i costi a 36,3 milioni che hanno determinato un margine operativo lordo in calo a 5,9 milioni dai 26,2 milioni del 2008 e il risultato netto e' negativo per 2,5 milioni rispetto all'utile di 14,2 milioni dell'analogo periodo del 2008. I primi 9 mesi evidenziano un risultato netto positivo di 7,3 milioni contro l'utile di 28 milioni nello stesso periodo del precedente esercizio finanziario" (il corsivo è nostro, ndr).

L'Inter che piace: vincente e multiculturale


L'Inter straniera piace. Beha spiega il perché
di Corrado Giustiniani (da Il Messaggero)

Julio Cesar, Zanetti, Cordoba, Samuel, Chivu, Cambiasso, Muntari, Figo, Stankovic, Balotelli, Ibrahimovic. Nell'Inter scesa in campo contro il Siena, a celebrare il suo scudetto numero 17, c'era un solo italiano, Balotelli, e di pelle nera. Ma per buona parte del campionato la squadra di Mourinho si è schierata senza nemmeno un giocatore nato nella penisola. Se l'Inter appare come un'autentica “legione straniera”, nella rosa delle altre squadre i non italiani sono fra il 30 e il 40 per cento. Il calcio è multietnico, ma in questo caso nessuno si scandalizza. Ne parliamo con Oliviero Beha, giornalista e scrittore controcorrente, intelligente e coraggioso (vedi www.olivierobeha.it/ e www.italiopoli.it/) che ha pubblicato dieci giorni fa, per Chiarelettere, il suo ultimo saggio, dal titolo “I nuovi mostri”, ovvero “Nelle fauci di un'informazione truccata”.

Sugli spalti del Meazza, domenica, c'erano anche stendardi della Lega Nord. In alcuni casi il multietnico piace.
«Se i calciatori sono bravi, i sostenitori della squadra accetterebbero nella rosa diciotto neri, quindici gialli e alcuni aborigeni australiani. Solo se l'Inter invece di vincere pareggia, o addirittura perde, allora ci si accorge che c'è un solo italiano. Il discorso varrebbe anche per gli altri club, naturalmente. E mi fa ancora sorridere il ricordo di quando il presidente Lula venne in Italia e Berlusconi gli fece incontrare i giocatori brasiliani del Milan. Quelli della Roma, no: solo quelli del Milan. Naturale, li considerava suoi dipendenti».

Il presidente del Consiglio ha appena detto “no” a un'Italia multietnica.
«Un'affermazione di questo genere è sbagliata due volte. Primo, perché disconosce la realtà: l'Italia è già multietnica, il pianeta è multietnico. Secondo perché insinua un falso dubbio nella testa degli italiani, che in questo momento per varie ragioni sembra essere non molto piena, non molto vigile».

Ma insomma, perché l'immigrato no, il calciatore sì?

«Perché il brasiliano Ronaldinho, il ghanese Muntari e lo svedese di origine slava Ibrahimovic sono accomunati dal valore calcistico e dal denaro. La multietnicità viene accettata perché il denaro eleva il discorso, che invece sprofonda quando il denaro non c'è».

Mario Balotelli a Torino meritava semplicemente fischi, per i suoi falli ripetuti e le proteste verso l'arbitro, non i “buuh” dei tifosi.

«Il razzismo nasce dalla stupidità e dalla maleducazione. Quei tifosi non avrebbero mai attaccato il “loro” Sissoko, che è nero come Mario. Il tifoso è un destrutturato per antonomasia. Un semplice appassionato che abbia cultura ed educazione, quando sostiene la sua squadra censura coscientemente, nella sua testa, tutte le porcherie e le magagne del calcio, e questa operazione lo rende automaticamente moderato. Il tifoso no. La sua stupidità è uno scivolo verso il razzismo».

Nel tuo ultimo libro ti occupi di informazione e di giornali. Come si comportano, in questo caso?
«Male. Sono il catalizzatore del razzismo. Perché hanno capito che il razzismo rende molto di più dell'antirazzismo».

martedì 19 maggio 2009

Cassazione: niente Daspo per chi fa disordini all'estero


Niente Daspo per i tifosi che creano disordini all'estero. Così ha stabilito la Corte di cassazione accogliendo il ricorso di un ultrà giallorosso contro il Daspo con il quale il questore di Roma lo obbligava, per tre anni, a passare le 'domeniche' in commissariato. Il 34enne romano era stato colpito dalla misura restrittiva perché arrestato dagli agenti di Scotland Yard per ubriachezza molesta nei pressi dell'Old Trafford di Manchester, in occasione della partita del 2 ottobre 2007 tra lo United e la Roma. Non era la prima volta che l'uomo veniva coinvolto in disordini alla stadio: l'ultrà era già stato colpito dal Daspo nel 2001, con provvedimento del questore di Perugia.

La sentenza della Cassazione