
Niente Daspo per i tifosi che creano disordini all'estero. Così ha stabilito la Corte di cassazione accogliendo il ricorso di un ultrà giallorosso contro il Daspo con il quale il questore di Roma lo obbligava, per tre anni, a passare le 'domeniche' in commissariato. Il 34enne romano era stato colpito dalla misura restrittiva perché arrestato dagli agenti di Scotland Yard per ubriachezza molesta nei pressi dell'Old Trafford di Manchester, in occasione della partita del 2 ottobre 2007 tra lo United e la Roma. Non era la prima volta che l'uomo veniva coinvolto in disordini alla stadio: l'ultrà era già stato colpito dal Daspo nel 2001, con provvedimento del questore di Perugia.
La sentenza della Cassazione
martedì 19 maggio 2009
Cassazione: niente Daspo per chi fa disordini all'estero
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venerdì 12 dicembre 2008
Derby e curve chiuse
Estraggo questo interessante commento di Fulvio Bianchi dal suo blog che affronta il tema della chiusura delle curve (noi de Laleggendadelcalcio siamo da sempre convinti dell'insensatezza di tale provvedimento)in una chiave nuova e suggestiva, partendo dal calcio cosiddetto minore.
Calcio, violenza e quei derby scomparsi
di Fulvio Bianchi
Escluso serie A e B (ma non sempre), ecco che i derby stanno scomparendo. Una volta erano la forza del nostro calcio. Il calcio dei campanili, delle stracittadine. Adesso è sempre più sovente la chiusura delle curve ospiti anche sui campi minori, della Prima Divisione e dei dilettanti. Lo decidono Osservatorio-Casms su suggerimento di prefetti e questori. E' un modo a volte, troppe volte, sbrigativo: siccome non riescono a garantire la sicurezza degli spettatori, ecco che il sistema migliore è vietare. Chiudere. Facile così, no? Ecco le prossime limitazioni: niente tifosi della Salernitana ad Avellino, niente tarantini a Potenza. Chiuse le curve ospiti anche per Maglianico-L'Aquila, Nissa-Siracusa, Akragas-Licata, Grottaglie-Bitonto, Ippogrifo Sarno-Battipagliese. I club hanno grossi danni. Che ne dicono i presidenti delle Leghe, Macalli e Tavecchio? Matarrese ha già fatto sentire la sua voce, e con lui Galliani: Maroni ha risposto subito, "indietro non si torna". Ma forse tutta la materia andrebbe ridiscussa con serenità a fine stagione.
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venerdì 17 ottobre 2008
Il "curs de lumbard per terùn" del ministro Maroni
Il ministro dell'Interno, nonché membro eccellentissimo della Lega Nord, Roberto Maroni ha deciso di vietare le trasferte ai tifosi del Napoli fino alla fine del campionato. Un atto che a molti potrebbe apparire come discriminatorio, ma che in realtà è solo parte di un progetto più ampio. E cioè di quel curs de lumbard per terùn, fatto di mazza e ramazza, al termine del quale la popolazione napoletana otterrà nientemeno che un certificato di buona condotta, mentre ai più meritevoli verrà data l'opportunità di visitare la terra Padana, per apprendere e poi diffondere nel 'profondo Sud' la efficientissima tecnica del lumbard al lavoro. Ma non è tutto. Maroni ha anche svelato di essersi "fatto mandare una delle magliette indossate dai tifosi napoletani con la scritta 'Io ho precedenti penali" e di tenerla in bella vista nel suo ufficio. Un gesto di difficile valutazione e che si presta ad almeno due letture: secondo alcuni Maroni avrebbe affisso la maglietta per ricordare a tutti quanto sia difficile fare il ministro in una terra (il Sud) dove i valori sono invertiti. Secondo altri per ricordare a sé stesso di essere stato condannato diversi anni fa per resistenza a pubblico ufficiale... E infine, Maroni ha anche detto di essere molto soddisfatto del lavoro svolto fin qui dal suo ministero per "contenere il fenomeno della violenza nel calcio". Bon. Ma ci sorge un dubbio: da ora in avanti, chi sarà in grado di contenere il fenomeno Maroni? Urge soluzione concreta.
giovedì 10 luglio 2008
Il contrario della violenza è il pensiero
"Il contrario della violenza non è la dolcezza, è il pensiero". Questa citazione di Etienne Baulien che ho raccolto non so dove su internet, m'è sembrata tanto bella quanto veritiera. E ricorda molto lo slogan dello spot tv che reclamizza l'evento sportivo di oggi allo stadio Flaminio, di cui è testimonial Andrea Pirlo. Slogan in cui il campione del mondo dice: "Un calcio alla violenza, metti la testa in rete". Insomma, solo usando la testa si può allontanare la violenza dagli stadi e tornare ai valori fondanti dello sport, inteso come momento di spettacolo certo, ma anche di aggregazione, integrazione, condivisione.
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Contro la violenza negli stadi, al via la prima edizione di “Un Pugno e un Calcio alla violenza”
oggi dalle ore 16 stadio Flaminio, Roma
(da lungotevere.net)
Il mondo dello sport si mobilita contro la violenza. Affinché cessi quel senso d’imperante insicurezza che allontana i più giovani e le famiglie dagli stadi. Questo il tema al centro della prima edizione di “Un Pugno e un Calcio alla Violenza” (www.daiuncalcioallaviolenza.it), evento sportivo con finalità benefiche in programma allo stadio Flaminio di Roma giovedì 10 luglio, in gemellaggio con il Golden Gala di Atletica.
Diversi i momenti salienti di questa giornata dedicata alla solidarietà e contro ogni forma di violenza. Si parte alle 16.0o con protagonisti i più piccoli atleti appartenenti a varie discipline sportive impegnati in un torneo di mini-calcio a 5 e in una singolare gara di striscioni, dove i giovani atleti potranno esprimere la loro idea di lotta contro la violenza riferita allo sport di appartenenza, realizzando striscioni che verranno posti all’interno dello stadio per l’intera durata dell’evento. Lo striscione migliore sarà poi votato via sms in tv e i vincitori avranno la possibilità di assistere dal vivo ad una partita di Roma, Lazio, Inter o Milan. Il ricco programma prosegue con le esibizioni della Nazionale italiana femminile di pugilato e della boxe thailandese. Poi in serata sono previsti due incontri di calcio. Nel primo la squadra della Croce Rossa italiana affronterà quella della Polizia di Stato, mentre nell’altro match la Rappresentativa Fairgama si troverà di fronte alla Nazionale Campioni Sport. Verso le 23 spettacolo musicale di chiusura con l’esibizione del popolare Marco Carta, vincitore dell’ultima edizione di Amici.
I biglietti dell’evento hanno un costo di 10 euro a persona e daranno la possibilità di partecipare anche al Golden Gala di Atletica in programma l'11 luglio allo Stadio Olimpico. Per info contattate il numero verde 800.031.936
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lunedì 12 novembre 2007
Una domenica di ordinaria follia
"L’agente della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell’area di servizio Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L’agente è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall’altra parte della carreggiata. C’è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d’aria. Ha sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un’auto che velocemente – o così gli è parso – si allontanava dall’area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L’auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso.”
Forze di polizia vs ultras
Mentre nei pressi dell’autogrill di Badia al Pino un colpo d’arma da fuoco poneva fine alla vita di Gabriele “Gabbo” Sandri, in tutta Italia s’innescava una spirale di violenza: sospese le partite Atalanta-Milan dopo 7’ e Taranto-Massese dopo 13’ per le intemperanze dei propri tifosi; caserme della polizia assaltate a Milano e Roma da bande di ultrà alleate in una perversa caccia al poliziotto; e così via, in una domenica di ordinaria follia. Che fa riemergere prepotentemente la questione, irrisolta, tra ultras e forze di polizia. “Tutte le tifoserie unite contro gli sbirri, non ci fermerà più nessuno”, “10, 100, 1000 Raciti”: sono solo alcune delle minacce di alcuni ultrà che si possono trovare sul web, mentre sugli stessi siti c’è in generale una tendenza a “sacralizzare” la morte di Sandri, come se fosse un compagno che ha perso la vita in battaglia (forse il giovane era invece solo un simpatizzante di una squadra di calcio, come in Italia siamo un po’ tutti, e che amava fare con gli amici una scampagnata, un pranzo, e poi vedere la partita e tornarsene tranquillamente a casa). Una santificazione simile, anche se con alcune differenze sostanziali, a quella di Raciti: per questo non è un caso se uno degli slogan di un gruppo di ultras della Lazio è stato proprio contro il poliziotto ucciso a Catania (mi riferisco al vergognoso 10,100,1000 Raciti). “Come se Raciti e Sandri- ha scritto D’Avanzo- fossero i caduti su fronti opposti di una allucinata guerra, dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica”.
Ritengo che questa forma di terrore, o orrore, domenicale, debba cessare. L'odio degli ultrà verso la polizia non è facilmente comprensibile. Sono stati scritti alcuni saggi sul tema (ne proporrò una lista prima o poi), ma in altri paesi la letteratura è ben più vasta (come in Inghilterra dove il problema Hooligans sembra sia stato risolto). In sostanza l'odio verso le forze dell'ordine è presente nella mentalità ultras fin dalle origini, in quegli Anni 70 (c'è però chi sostiene che le radici dell'odio siano molto più antiche), quando la protesta sociale e la violenza di un mondo, quello giovanile, non accettava più l’autorità dei propri padri (il padre, l’insegnante, il tutore dell’ordine, il politico, ecc.). Un tifo organizzato con una forte connotazione politica estrema, sia di destra (che oggi sono la maggior parte) che di sinistra. Ha scritto in proposito John Foot, insegnante di Storia presso il Dipartimento di italiano dell’University College di Londra, nonché grande appassionato di Calcio (italiano), sul suo libro “Calcio: storia dello sport che ha fatto l’Italia” (2007, ed. Rizzoli pag. 355) :
“Tutti i gruppi ultrà – di destra o di sinistra – si organizzano attraverso forti gerarchie, vivendo quasi come unità militari, in particolare durante le partite. I loro nemici erano gli altri tifosi e i poliziotti, descritti spesso come ‘assassini’. Uno striscione esposto dagli ultrà del Cosenza riassunse questa filosofia: ‘Basta con la violenza. Via la polizia dagli stadi’. Come tutte le tribù, gli ultrà avevano i loro trofei, miti eroici o martiri. Gli aneddoti, le vicende – spesso tramandati oralmente o raccontati su fanzine o su siti internet – di solito riguardavano scontri con altre tifoserie. E visto lo schieramento di forze di polizia presenti allo stadio, le risse avvenivano altrove: per strada, alle stazioni e soprattutto presso gli autogrill, i veri campi di battaglia degli ultrà negli Anni 80 e 90. I miti ultrà esaltavano il coraggio e stigmatizzavano la codardia. Molti canti accusavano infatti i tifosi rivali di sfuggire al confronto fisico”.
Secondo l’esimio professore il tifo degli ultras può inoltre essere paragonato ad un credo religioso. “Sia i tifosi che i fedeli- ha scritto Foot- partecipano a riti fisici e ideologici, e vestono in modo preciso, spesso immutabile. Questi rituali sono anche verbali; si pensi solo alla ripetizione di determinati canti, sotto la guida di leader carismatici. I tifosi si ritengono parte di una ‘fede’. È qualcosa cui non possono rinunciare, neanche volendo, e che li accompagnerà fino alla tomba, talvolta oltre(...). Questi riti sono più importanti della partita stessa. Nella loro visione del mondo la storia è stata abolita, rimpiazzata da una serie di miti e cerimonie autoreferenziali”. Talvolta il loro modo di operare produce elementi positivi nel folklore calcistico, come ad esempio le coreografie (peraltro baluardo della retorica politica di Mussolini). In generale sono delle organizzazioni paramilitari che cercano consenso esterno e interno. E gli scontri con le "guardie" sono parte integrante della loro ideologia. Come ha scritto Edmondo Berselli in La Repubblica del 24.3.2004, gli scontri con la polizia diventano “un momento simbolico potentissimo, modulabile dal minimo coro: ‘mestiere di merda/carabiniere’, al massimo, cioè l’attacco, gli incendi, i vandalismi, il conflitto aperto con tecniche di guerriglia urbana”.
Gli ultrà, con la loro "politica", hanno dimostrato spesso la loro forza, almeno all'interno di uno stadio. Come nel derby di Roma del 2004, quando si diffuse la falsa notizia dell'uccisione di un bambino da parte della polizia. Ero presente alla cosa e mi ricordo gli appelli alla calma dell'allora prefetto di Roma Achille Serra, sostenuto da un alcuni rappresentanti di Roma e Lazio. Ricordo che il prefetto aveva detto che non era stato ucciso nessuno. Ma alla fine prevalse la linea degli ultras che invocavano la sospensione della partita (con i successivi scontri con la polizia nei pressi del foro italico), nonostante la notizia era, come il prefetto aveva esplicitamente sostenuto, falsa. La gente, i giocatori in campo, forse lo stesso presidente di Lega, avevano creduto agli ultrà e non allo Stato.
Per concludere torniamo alla vicenda dell'autogrill di ieri. D'Avanzo nel suo articolo alla Repubblica, sempre se la ricostruzione fatta dal quotidiano sia vera, ha scritto un duro atto d'accusa verso la polizia per come ha gestito la diffusione delle informazioni date alla stampa. "Consapevole che non di calcio si trattava- ha scritto D'Avanzo-, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un’autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l’ennesimo passo falso di un’infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dai media, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell’ordine e l’area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte di Filippo Raciti a Catania. L’illogica catena di errori, malintesi, confusioni, silenzio e furbe manipolazioni – non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina – ha trasformato la morte di Sandri in altro. L’ha declinata come ‘morte di calcio’. È diventata una ‘chiamata’ per l’orgoglio tribale degli ultras che, incapaci di esaurire la loro identità in una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno bisogno solo di odiare, di posare a guerrieri, di mimare la partita come protesta e battaglia”.
La ricostruzione di Repubblica è in effetti molto diversa da quella della Polizia di Stato. Nel comunicato emesso dall'ufficio stampa del Viminale infatti si parla di una baruffa, scoppiata verso le 9, tra ultrà e sedata da un poliziotto che ha esploso due colpi in aria. Nel mezzo un buco informativo (come insegnano negli ufficio stampa: In una situazione di crisi omettete le parti spinose), poi si parla del ragazzo deceduto. Una strategia che non ha soddisfatto il desiderio di trasparenza che il caso obbligava (perché la polizia sapeva già alle 12 - l'ora in cui è stato emesso il comunicato ufficiale - tutta la storia, visto che aveva già dalla mattina a disposizione le testimonianze dei presenti e i filmati della telecamera dell’area di servizio). E forse associando la morte di Gabriele agli 'ultrà che si pesta all'autogrill', ha innescato la violenza per le strade e negli stadi. Una conseguenza prevedibile, perché questi gruppi sono sempre pronti a sfruttare ogni occasione buona per innescare la violenza contro la polizia. Una violenza che dà anche molta visibilità. E che porta a strumentalizzare anche la morte di uno che col mondo ultrà non c'entra niente, ucciso (forse) per errore da un gesto folle di un agente di polizia. Che forse pensava di essere Bruce Willis e non un degno rappresentante della divisa che indossa.
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