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giovedì 24 gennaio 2008

Giornalisti/giornalai e giacchette nerazzurre. Il commento del blogger francesco facchini


Ancora una volta ospito in questo blog un commento dell'amico giornalista Francesco Facchini, che ha voluto dire la sua in tema di arbitri, Inter e giornalismo all'italiana. (Nella foto a destra Materazzi abbraccia l'arbitro di Italia-Germania).

Gli arbitri soli e l’Inter che scivola

Va detto che la coppa Italia non se la fila nessun, ma il gusto sano di un mercoledì pieno di gol visibili per tutti e di gente che si danna l’anima sul campo, fa pensare che il calcio italiano sia ancora vivo. Però sono alcuni giorni che vorrei assestare un calcio nei palloni a chi ha realizzato la squallida campagna mediatica anti Inter dopo il rigore di Couto e affini. Un calcio nei palloni, tuttavia, lo riservo anche all’Inter stessa, ma ora andiamo con ordine.
Il disquisir mi è, come sempre, maleodorante, ma, anche per rispondere ad alcuni lettori che mi tacciano di fare il facile criticone, vorrei dire che mi è anche doveroso. Motivo? Io non campo di calcio, ma di giornalismo e, tutti i giorni che dio manda in terra, la mia battaglia per chiedere, rompere le scatole, denunciare, dire la verità, la faccio nelle pagine del giornale per il quale lavoro. Con questi spunti però voglio denunciare ciò che non va e alzare la voce se questo può far pensare molta gente. Oltretutto vedo che serve e penso che possa aiutare il calcio, quello vero e sano che si fa dentro il campo, a rinascere anche fuori dalle righe di gesso. Ecco un calcio nei palloni: va di diritto a chi ha strascritto, nei giorni scorsi, di un nuovo condizionamento pro nerazzurri. Si è trattato di un becero caso (sul mio giornale di questo ve n’era piccolissima traccia) di turlupinamento, l’ennesimo, del tifoso il quale, peraltro, ci è cascato. Il giochino è facile: se vuoi far vendere i giornali, devi parlare contro qualcuno o alzare la polvere del sospetto. Ci fosse stato uno in grado di provare la sudditanza (improvabile) o di certificare l’eventuale nuova ondata di condizionamenti. Eppure si sono visti titoli roboanti, da novella Calciopoli. E i tifosi? Vi ho guardati voialtri (lo dico in generale). Tutti a dire “sì è vero, ora comanda Moratti”, oppure “non è vero, comanda Caio, anzi no, Tizio, anzi Sempronio”. Tutti a parlare di “Area Condizionata” (titolo visto coi miei occhi) e nessuno a far l’unica inchiesta che andava fatta: quella sullo stato, disastrato, degli arbitri. Soli, sputtanati, scarsi fin che volete, ma uomini e basta, non marionette. Tutti a guardare il dito che indica la luna, nessuno a guardare luna.
Il calcio nei palloni all’Inter va per una sensazione provata in queste ore. Tutti attaccano il novello potere presunto? E l’Inter va in silenzio stampa, lasciando lo spazio per il piccolo tarlo del dubbio che il non detto eventualmente ingigantisce. Un errore, a mio avviso personale, di me medesimo che poco conto. Un errore che dà l’idea di un atteggiamento un po’ infantile del tipo “mi hai detto che son cattivo? E io non ti parlo più. Tié!”. Più signorile sarebbe stato il dialogo, la spiegazione e il normale lavoro di tutti i giorni. Comunque non è la prima volta che provo questa sensazione con i nerazzurri. L’ho provata, situazione quasi uguale, con lo scudetto “sulla carta”. Beh, lo presero e fecero male. C’era da dirlo solo all’Uefa che necessitava di una testa di serie per la Champions, ma sbandierare quel trofeo avuto di rimbalzo non è stato bello. Andava signorilmente sepolto con un “No grazie, adesso che i delinquenti sono stati stanati, lo scudetto lo vinciamo sul campo”. Non è successo, peccato.

martedì 4 dicembre 2007

L'invito di Francesco per un giornalismo sportivo migliore

Carissimi lettori (so che siete pochi, ma spero di sostanza),
vi giro l'appello, che è anche una proposta, di Francesco Facchini, giornalista di Metro, postato sul suo blog e dal titolo: "Sto cercando il bello del calcio. Datemi una mano".

"Sto cercando il bello del calcio e mi rivolgo a tutti. Sto cercando di non farlo uscire per sempre dalla schiera dei miei interessi, delle mie passioni. Ci sto provando e ho bisogno del VOSTRO aiuto. Perché? Semplice. Mi rivolgo a tutti coloro che hanno letto, visto, vissuto una storia di bel calcio... e vogliono che non si perda.
Sto cercando tutte le storie, minime e massime, alte o basse, verdi o blu, nere o rosse. Spero di poter divulgare questo messaggio a tutti i comitati regionali della Figc, ma anche a tutti i siti delle squadre, a tutti i club, a tutti i tifosi, a tutti gli arbitri. A tutti coloro che si ricordino, in qualche maniera, che il calcio è ancora uno dei motori belli della nostra vita. Per venire a sapere tutte le storie e per poterle scrivere sul giornale Metro per il quale io lavoro, vi lascio a disposizione un numero di telefono, un fax, una segreteria telefonica e un paio di poste elettroniche cui mandarmi qualche riga assieme a un contatto. Io verificherò, chiamerò, vi contatterò. Eliminerò chi mi fa perdere tempo e chi non crede in questa cosa. Poi scriverò ,scriverò, scriverò."


Questi i recapiti per contattare Francesco Facchini:

telefono, segreteria e fax 039 7490243;
ilfac@francescofacchini.it
francesco.facchini@metroitaly.it

mercoledì 21 novembre 2007

Se il calcio è morto lo è anche il Belpaese

Il blogger francescofacchini ha terminato il suo sciopero contro "qualsiasi forma di calcio come sistema di spettacolo e intrattenimento spinto", iniziato il giorno dopo la morte di Sandri. Ne sono lieto. Ho pensato molto alle sue parole nel post intitolato "Il Calcio è morto, facciamogli almeno il funerale". In generale sono d'accordo con la sua visione ma vorrei approfondire alcune questioni in evidenza.
Punto primo. Nel post lei ha citato una frase di Alessandro Nesta, il quale ha detto: "Di cosa ci stupiamo? Il calcio è esattamente lo specchio della nostra società". Sono d'accordo e siamo in molti a pensarla così caro francescofacchini (ad esempio Oliviero Beha è da almeno una ventina di anni che lo afferma). Ma naturalmente la cosa non può e non deve essere una giustificazione per chi, come gli ultrà, ha commesso illeciti che vanno puniti.
Punto secondo. Ha scritto che non vuole più nel suo blog raccontare le "animalesche" imprese degli ultrà: per "spegnere i riflettori dell'attenzione" e così farli smettere di esistere. La sua proposta ha precedenti illustri. Come McLuhan che nel '78 consigliò ai media italiani di non parlare delle Brigate Rosse che avevano appena sequestrato Moro. Condivido la sua scelta, probabilmente commentare le gesta infami degli ultrà porta a poco o a niente. Penso infatti che l'attenzione di un columnist (anche se su un blog) deve focalizzarsi sulle scelte che il potere politico, calcistico e istituzionale, attua per cercare di risolvere i problemi, dirimere le controversie. Ad esempio, in questi anni le scorribande del mondo ultrà (tanto per restare in tema, ma si potrebbe anche parlare della gestione del dopo calciopoli, di diritti tv, del doping sportivo e amministrativo, ecc.) hanno fatto cronaca. Ma mi chiedo, che cosa ha fatto di serio la nostra classe politica per risolverlo? Dopo Raciti il governo, sotto la pressione dell'opinione pubblica, ha messo i "tornelli", gli "steward", i biglietti nominativi. Eppure, come tutti sanno, le curve sono sempre terra di nessuno, dove i più "forti" dettano le proprie leggi. Inoltre, nonostante i nuovi dispositivi, nella curva atalantina di domenica 11 novembre è entrato addirittura un "tombino", poi usato per sfasciare il muro di plexiglass.
Infine. Lei ha proposto di chiudere il Calcio e ha scritto: "Poi lo sport esiste anche senza il calcio". Immagino che la sua sia una provocazione dettata dall'emotività che ha coinvolto un po' tutti. Comunque mi sento di dissentire. E allora le propongo: 'Perché non chiudiamo l'Italia? In fondo il mondo esistetebbe anche senza il Belpaese e le sparatorie di mafia e camorra'.
Il calcio non è solo violenza e affarismo così come il Paese non è solo mafia e corruzione. Il dovere di tutti quelli che vogliono dignità e giustizia, che si possono avere solo attraverso il rispetto di regole condivise, è proprio quello di denunciare, svelare, far capire.
Il calcio, come qualsiasi fatto sociale di una certa rilevanza, è indice di uno stato di cose. Ma è anche uno sport. I valori dello sport (la socialità, l'impegno, la sana sfida, il rispetto delle regole) sono infranti nel calcio. Ma non solo nel calcio. In tutte le sfere di questa società. Dove chi fa le regole è il primo ad aggirarle. Dove l'impegno - la meritocrazia - è umiliata dalla scelta clientelare. Dove la socialità è solo business e l'emozione merce da vendere. Il calcio, come la nostra Italia, non sta molto bene. E' dovere di tutti, in particolar modo è dovere della stampa e del sano giornalismo, impegnarsi affinché i valori dello sport, come quelli della democrazia, s'instaurino nella coscienza e nel vivere quotidiano. Questo Paese non varrà molto, ma è il nostro. Tutti ne abbiamo bisogno. Non si può alzare bandiera bianca...
Mastro
P.S.: La risposta di Francesco Facchini è disponibile cliccando qui.