
Nei momenti di crisi chi ha più risorse diventa più forte. Non so se questa sia una legge, ma certamente è una verità che conoscono bene al Bayern Monaco. Non è un caso, infatti, che Uli Hoeness, direttore generale della società bavarese, intervistato dalla "Bild" in merito allo tsunami finanziario e alle ripercussioni sul calcio, abbia affermato con decisione: "La crisi potrà avere conseguenze ma questo non riguarderà i grandi club". Del resto è abbastanza ovvio comprendere che se uno ha delle riserve economiche in surplus in cassaforte, mentre la gran massa della gente non ha nemmeno l'indispensabile per andare avanti, potrà acquistare a prezzi vantaggiosi merci o immobili o quant'altro. Insomma, potrà concludere buoni affari e arricchirsi ancor di più.
Un discorso semplice, che vale anche nel calcio. In fondo, quanti buoni affari hanno fatto i club italiani comprando giocatori dell'ex Jugoslavia durante la guerra nei Balcani? All'epoca prestigiose società, come la Stella Rossa o il Partizan Belgrado, cedettero campioni a due lire a un po' tutte le squadre italiane. Emblematico il caso di Sinisa Mihajlovic, passato nel '92 dalla Stella Rossa alla Roma per una decina di miliardi di lire (mi sembra 13), che però restarono tutti nelle casse giallorosse almeno fino al '98, quando Sinisa aveva già cambiato casacca un paio di volte (dalla Roma alla Samp e poi alla Lazio). Una data in cui la società di Trigoria iniziò a pagare il club di Belgrado, in modo dilazionato e a una cifra diversa da quella pattuita (evidentemente più bassa).
venerdì 10 ottobre 2008
Uli Hoeness, dg del Bayern: "La crisi non riguarderà i grandi club"
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mercoledì 8 ottobre 2008
Anche il football inglese è in crisi?

La crisi, ormai endemica del calcio italiano, ci ha abituati, forse costretti, a sentire parlare di bilanci in rosso, di plusvalenze fittizie, di doping amministrativo o del denaro 'bruciato' in borsa dalle tre società quotate a Piazza Affari (Roma, Lazio e Juventus). Alcuni, sanno, e a ragione, che tali difficoltà economiche derivano, o sono conseguenza, dello scarso dinamismo dell'economia nostrana. Ora fa impressione sapere che anche nella ricca Inghilterra, modello per antonomasia del business pallonaro mondiale (costruito sulla relazione marchandising + stadi di proprietà + diritti tv collettivi), il football non se la passi poi tanto meglio del nostro vituperato calcio. Basta fare un 'giretto' tra i siti dei maggiori quotidiani e blog inglesi per accorgersi di quanti e quali club d'Oltremanica siano ai limiti della bancarotta, tra cui il Chelsea, il Liverpool, il Man. United, il West Ham e chissà quanti altri ancora. I problemi pare derivino dalla mancanza di trasparenza, di vigilanza e di regole: esattamente gli stessi problemi a cui si sta cercando di far fronte negli Usa e un po' in tutto il mondo. Almeno stando a quanto denunciato da Lord Triesman, presidente della Federcalcio inglese, che ha invitato il governo britannico a disporre nuove norme per regolamentare il mondo del football. "Nonostante un'impressionante montagna di debiti- ha detto il presidente-, quantificata dagli analisti della City in oltre 3,5 miliardi di euro, il calcio inglese fatica a contenere i costi, come dimostra il monte ingaggi complessivo, cresciuto nell'ultimo anno di oltre il 12%. Una situazione economica sempre più preoccupante, anche a causa dello sbarco in Premiership di numerosi proprietari stranieri. I quali stanno sì sostenendo investimenti enormi, ma contemporaneamente stanno contribuendo alla crescita, forse 'incontrollata', del debito delle squadre". Secondo il "Times", tra i club più a rischio ci sarebbe il West Ham di Gianfranco Zola, pesantemente colpito dalla crisi finanziaria che ha investito il suo proprietario, l'islandese Bjorgolfur Gudmundsson. "I presidenti frazionano i debiti e li mescolano assieme. Non è solo una questione di sostenibilità economica, ma anche di trasparenza", ha spiegato Lord Triesman.
Timori comunque che non sono condivisi da tutti. Come ha riportato stamane l'Ansa, Richard Scudamore, direttore generale della Premier League, ha invece sottolineato come proprio la dinamicità del mercato inglese sia alla base del successo internazionale della Premiership. «Le condizioni economiche attuali dei 92 club professionistici sono identiche a quelle di 12 mesi fa - ha detto Scudamore -. Sono tutti brand di successo, i debiti fanno parte della governance di ogni azienda»".
(Fotomontaggio: juicyrai)
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sabato 4 ottobre 2008
Lo psicologo Alberto Cei: "I crack finanziari come il doping"
L'ANALISI DELLO PSICOLOGO ALBERTO CEI: "ATLETI E MANAGER SOTTO PRESSIONE E ALLETTATI DA PREMI E STOCK OPTIONS"
La logica dietro la crisi che sta travolgendo la finanza mondiale è la stessa che spinge gli atleti a ricorrere al doping: la ricerca del successo ad ogni costo, fomentata da un sistema che spinge ad ottenere il massimo dei risultati anche in spregio delle regole. Nel suo prossimo libro in corso di pubblicazione, intitolato "I Signori dei tranelli", Alberto Cei, professore di psicologia all'Università di Tor Vergata (Roma) e di Cassino, propone un'interessante paragone tra la finanza globale e il mondo dello sport di alto livello.
"Parliamo sempre di persone di successo: atleti che vincono le Olimpiadi, multimiliardari - ha dichiarato Cei nel corso di un'intervista rilasciata a Repubblica.it. I Signori dei tranelli - ha spiegato Cei - "sono le persone di successo che ritengono di non poter mai essere perseguite, che vivono in un ambiente nel quale si sentono sicure. Al tempo stesso, su di loro grava una forte pressione sociale che li spinge a ottenere il massimo, anche illegalmente. Hanno anche una serie di premi, stock options per i manager, che incentivano ancora di più questo atteggiamento. La loro è un'attività intenzionale: non sono mele marce, sono persone assolutamente brillanti, oltre a essere socialmente ben posizionate".
"Quello che conta è la ricerca del risultato ad ogni costo - ha aggiunto - Sicuramente ottenere i risultati è un fatto auspicabile, come lo è vincere nello sport: è il come che è diventato patologico. L'assenza totale di controlli, l'esaltazione dell'orientamento al rischio, la pressione sociale si uniscono al desiderio legittimo di vincere e di accumulare denaro. Ha prevalso una sorta di cultura dell'arroganza. Non era sbagliato l'obiettivo, ma il modo, unito alla consapevolezza che i controlli sono inesistenti. I controlli costituiscono un forte elemento di deterrenza, perché "i signori dei tranelli" non vogliono perdere la faccia di fronte al proprio ambiente sociale: puoi fare quello che vuoi, ma se vieni scoperto vuole dire che non sei stato abbastanza bravo e vieni eliminato. Però non vanno bene il controlli solo alla fine: le persone così non hanno un argine".
(Fonte: Uisp)
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